Carceri e diritti umani

Martedì 12 novembre, presso la sede di Narni dell’Università di Perugia, promosso dal Centro di Ricerca in Sicurezza Umana (CRISU), si è tenuto il convegno di studi “Conflitti e diritti umani”.

Nella sessione della mattina il tema è stato Carceri e diritti umani”.
L’intervento iniziale, a cura del moderatore dr. Patrizio Gonnella, Presidente dell’Associazione Antigone, ha delineato un quadro generale sugli istituti di pena: il carcere come oggetto da investigare, considerando “la pena non punitiva, ma riabilitativa”; un target di recidiva che sale al 70% per coloro che scontano in toto la loro pena in carcere, a differenza di coloro i quali sono sottoposti ad un fine pena alternativo, con un sensibile calo del target al 20-30%; considerare che dietro ogni reato vi è una persona con una storia diversa. I carceri comportano un costo sia economico che sociale, per questo “una riforma delle carceri necessita uno sguardo ben più complesso dei soliti decreti legge fatti per emergenza”.
L’Italia, da membro del Consiglio d’Europa, ha sottoscritto la “Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea”, nella quale all’articolo 4 è specificato che “nessuno può essere sottoposto a tortura, né a pene o trattamenti inumani o degradanti”.
Tuttora tale diritto è leso dal problema del sovraffollamento carcerario, avendo 40.000 posti letto per 65.000 detenuti, una situazione non possibile in un paese democratico avanzato. Questa condizione è già costata una condanna nel 2009 con la sentenza Torreggiani da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo. Per questo l’8 ottobre il capo dello Stato ha indirizzato un messaggio formale alle camere in base a quanto consentito dall’articolo 87 della Costituzione sulla questione carceraria.

In seguito è intervenuto Stefano Anastasia, ricercatore di Filosofia e sociologia del diritto all’università di Perugia, affermando che “il sistema penale si giustifica nella garanzia dei diritti alla persona, in particolare esso deve tutelare i diritti dei più deboli, altrimenti la giustizia diventa giustizia privata, esercitata dai più forti in maniera illegale, creando problemi all’agire stesso della giustizia pubblica.”
A differenza di quanto si pensi, il fenomeno della mass incarceration non è una delle solite anomalie italiane, bensì un problema generale. Negli USA, da meno di 500.000 il numero di carcerati si è triplicato in numero assoluto dopo il 2000 arrivando, negli ultimi 30 anni , a 6-7 milioni di persone sottoposte a misure di controllo, in carcere o fuori.
Nelle carceri italiane, si sono toccati i 50.000 detenuti nel 2006, con successiva scarcerazione di massa, tornando attualmente ai 60.000 detenuti .
L’incarcerazione di massa è frutto di scelte politiche. Tale politica ha portato un cambiamento di vocabolario, da sicurezza sociale a sicurezza penale, investendo in quest’ultima spropositate risorse pubbliche (siano essi carceri statali o privati), si pensi alle città carcerarie americane nel mezzo del deserto.
Tale sistema statunitense è stato condannato da parte della stessa corte federale americana, in particolare nel 2008 nei confronti della California, denunciando le scarse condizioni di vita carcerarie, portando in rilevanza problemi anche economici.

A seguire Carlo Fiorio, professore ordinario di Procedura penale all’Università di Perugia.
La sua disquisizione si è basata sulla contrapposizione fra potere amministrativo e potere giurisdizionale, osservando più volte la prevaricazione del primo sul secondo.
Alla base delle osservazioni del professore vi è la constatazione di “un precetto costituzionale di riabilitazione carceraria nascosto dagli amministratori ma che dovrebbe essere illuminato dalla giurisdizione”. Tale diritto è “leso dalla amministrazione, ma ciò che riguarda un diritto ha sempre come interlocutore un giudice”.
Il Dr. Fiorio procede esponendo nello specifico gli organi coinvolti nel sistema carcerario: il diritto di sorveglianza è garantito da un magistrato di sorveglianza, organo che dovrebbe tutelare i diritti fondamentali, ma esso si riduce ad una semplice “domandina” da parte del carcerato, spesso respinta. Siamo in presenza di un “sistema carente del minimo etico di giurisdizionalità”. Eppure, “leggendo la legge penitenziaria si nota una visione ottimista, con grande attenzione alla persona”.
In conclusione, il professore sostiene che “un giusto tribunale dovrebbe avviare il contraddittorio fra condannato, amministrazione penitenziaria e pubblico ministero, con la chiamata a giudizio delle parti e la decisione ricorribile in appello ed in cassazione, solo così conosceremo le condizioni dei diritti soggettivi dei detenuti”, ad oggi sentenze sconosciute se non per poche persone. Inoltre quando una richiesta al magistrato di sorveglianza raggiunge un tribunale, il giudice può dare stop alla pena qualora siano lesi i diritti costituzionali, il giudice civile può decidere il risarcimento o meno del detenuto; a parere del professore lo stesso magistrato di sorveglianza dovrebbe essere competente anche a decidere il risarcimento del danno, “solo così potremo moralizzare una amministrazione che agisce nel buio”.

Infine un intervento di Rosita Garzi, ricercatrice di Sociologia dei processi economici e del lavoro all’Università di Perugia. Viene subito delineato un quadro sociologico dell’oggetto carcere, delineando la sua funzione di ri-socializzazione, considerando essenziale a questo fine il lavoro quale necessità e diritto che permette una costruzione di legami sociali. Il lavoro porta infatti benessere psico-fisico, libertà ed ha senso in se stesso. In carcere esso assume ancora più valore dal punto di vista economico, motivazionale, culturale e sociale.
La legge 26 luglio 1975 n° 354 garantisce il lavoro ai detenuti e l’inserimento di educatori carcerari. Nei fatti la situazione è ben diversa: in Italia, tramite i dati forniti dall’Associazione Antigone, la quale ha accesso a tutti i carceri italiani, solo il 20% lavora, e il più delle volte si tratta di un lavoro part-time verticale, poiché i carceri, nel fornire i dati, considera lavoro l’occupazione di un’ora nell’arco di un anno, si registra dunque un desiderio di lavorare senza possibilità di farlo ed una lacerazione dei legami sociali. La relatrice sostiene dunque che “l’opinione pubblica sul carcere dovrebbe cambiare diffondendo il problema in una cultura di controtendenza, considerare il detenuto non un condannato a vita ma parte integrante della società”.
La situazione dei carceri in Italia è piuttosto omogenea nelle varie regioni, con circa 140 detenuti per 100 posti letto. La ricercatrice riporta in seguito due esperienze di amministrazione carceraria umbra: la Casa Circondariale di Terni e la Casa Circondariale Capanne (PG). Tali istituti di pena accompagnano un passaggio fra l’identità ante-detenzione e post-detenzione, garantendo nel durante possibilità di formazione, istruzione e lavoro. A tal scopo sono state create “La panetteria forno solidale” a Terni e “La fattoria Capanne” a Perugia.

Ernesto Spilotros

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