Nella solitudine la società

Aristotele aveva sostenuto che l’uomo è un ‘animale sociale’. Kant riprende e corregge Aristotele affermando che la ‘socievole insocievolezza’ degli uomini, ossia la coesistenza nella vita umana di opposti istinti “cioè la loro tendenza a unirsi in società, congiunta con una generale avversione, che minaccia continuamente di disunire questa società. È questa evidentemente una tendenza insita nella natura umana”. Ancor meglio inquadra il concetto Christian Garve, protosociologo tedesco, uno dei cosiddetti Popularphilosophen, dove nella sua opera incompiuta Società e solitudine bene esprime questa dialettica solitudine-società la quale, a suo parere, influisce sulle varie facoltà umane, prime fra tutte la morale.
Il tema individuo-società, nostro fil rouge, è stato trattato sotto vari aspetti negli articoli precedenti. Ora vogliamo incentrarci, in maniera più pragmatica –per quando un discorso sui massimi sistemi permette che lo sia- sull’individuo e la costruzione propria personale della società.
Aristotele ci ha indicato la via, Kant ci ha illuminato sulla compresenza di elementi sociali e asociali che tengono gli individui in società, Garve centra la questione dando nome e cognome; questa montagna vogliamo provare a scalare. Per l’agente sociale, cosa è la società? Semplicemente uno spazio. Lungi da noi un’analisi sulle forme che lo spazio contemporaneo ha assunto, andiamo a guardare le implicazioni di tale constatazione: lo spazio è un contenitore, cosicchè “ciò che essenzialmente divide” afferma Simmel “essenzialmente unisce”; lo spazio è la cornice che ci premette ci creare una sintesi rispetto alle nostre limitate capacità di rappresentazione. A sua volta, all’interno si vengono a creare delle distanze necessarie per l’individuo.
Le distanze rappresentano l’apriori sociologico spazio-temporale. Lo spazio (punto di vista oggettivo) crea con l’esterno e nell’interno delle distanze (punto di vista soggettivo). Ma non basta, a sua volta noi stessi diventiamo spazio, dove esso comincia a partire dal luogo del mio corpo. Noi stessi siamo contenitori di pensieri, valori, modelli di comportamento, azioni pronte a uscire fuori. Nella nostra solitudine, nella nostra intimità, soli ed in relazione con noi stessi, diamo vita alla nostra Weltanschauung, alla nostra idea di società, alla nostra identità.
La solitudine è dunque necessari per dare un equilibrio alla nostra persona, permettendo l’esistenza di distanze che conseguentemente, per il bisogno insito di socialità dell’uomo, dare luogo ai legami sociali. Questa tensione dà vita, lato sensu, al processo di socializzazione e, in ultima sede, alla società.
Risulta chiaro come sia difficile, osiamo dire inutile, cercare di racchiudere lo spazio-società in uno schema universale sempre valido. La società assume dunque carattere processuale, che parte dagli individui stessi, una idea di società in divenire, che dipende non solo dalla contingenza storica, ma da come l’essere umano vive, sintetizza e rappresenta la propria epoca.
La società non l’ha inventata l’uomo ma viene al mondo con l’uomo.

Abbiamo visto come questo individuo-società possa creare e ricrearsi, ma vogliamo ancora soffermarci sul concetto di solitudine, provando a far meglio comprendere come sia possibile che dalla solitudine possa nascere una società.
Una delle migliori forme di manifestazione della solitudine è il silenzio: questo non è soltanto assenza di linguaggio, mancanza di parole. Il silenzio, nella sua accezione propria, è piuttosto un elemento integrante, se non essenziale, del processo della comunicazione. Ne abbiamo un esempio evidente nella musica, dove le pause sono altrettanto importanti delle note.
Il silenzio è apertura, donarsi all’altro; è soprattutto l’elemento essenziale per dar vita ad un atteggiamento di ascolto, che è il cardine del felice esito della comunicazione. Sarebbe inutile parlare se manca colui che ci ascolta; come sarebbe inutile parlare senza il silenzio, l’assenza del quale creerebbe un ammassarsi di parole dove la confusione –se si parla contemporaneamente–e l’egoismo –se si parla in continuazione– prendono il sopravvento sulla relazione.
Anche quando parliamo interiormente a noi stessi abbiamo bisogno di ascoltarci, Sant’Agostino scrisse un corposo libro al riguardo, le Confessioni. Nel dialogo interpersonale chi riceve la parola sta in silenzio, non perché non ha nulla da dire, ma perché vuole fare spazio all’altro.
Stare in silenzio esprime dunque volontà di mettersi in relazione. Peraltro non si può neanche stare continuamente in silenzio di fronte alla parola dell’altro, significherebbe ignorarlo. Come la parola emerge nel suo significato grazie al silenzio, così il silenzio raggiunge il suo fine nel fare spazio alla parola e nel creare a essa il giusto contesto. Osserva Romano Guardini “Non appena il silenzio non conserva in sé la forza della parola, si trasforma in mutismo”.

Dopo questa riflessione, non sembra così impossibile la co-esistenza della solitudine e della società. Anzi, si è visto come esse siano entrambe necessari, prima a livello micro, nella comunicazione interpersonale, per passare gradualmente ad un livello macro, la costruzione di una società.
La solitudine, nella frenesia del quotidiano e ancor più nell’epoca dell’iperindividualismo, dovrebbe essere una categoria che l’uomo tardomoderno dovrebbe ri-scoprire, per poter offrire spazio all’ Io ed al Noi.

Ernesto Spilotros

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