Musungu

Musungu significa “bianco”.
Me lo sono sentita dire diverse volte in Kenya, a volte da bambini sorridenti che si affollavano al mio passaggio, a volte da donne e uomini adulti dall’aria vagamente divertita.
L’accezione che questa parola assume può variare enormemente, dal semplice e ingenuo appellativo all’insinuazione di una debolezza fisica che in antichità veniva attribuita all’uomo “occidentale”.

Di musungu ne esistono tanti, tutti sbiaditi e tutti diversi.
C’è la musungu Veronica, che si aggira tra le strade di Nairobi con espressione ebete e stupita, che viene da qualche ricca parte di mondo, presumibilmente per aiutare bambini e vedere leoni.
Ci sono i musungu religiosi, preti, suore o missionari laici.
I musungu turisti, che hanno preferito l’entroterra africano alla lussuosa costa di Mombasa e Malindi.
I musungu imprenditori, ambasciatori, diplomatici.
Tutti hanno obiettivi, progetti diversi per e su una terra che forse non capiranno mai fino in fondo.

Subito fuori Nairobi, c’è il 3rd World View Point, area panoramica da cui osservare la Rift Valley in tutta la sua immensità. Lo sguardo si apre a 180° sull’infinita distesa che ci ha raccontato i primi passi dell’uomo sulla terra, e continua sul profilo dell’altopiano su cui ci troviamo.
Una sottile scia rossa si staglia, dai bordi della strada che spezza il pendio, sul panorama, e arriva fino a noi.
Si tratta di una serie di piccoli bar e negozi di souvenir, per metà sospesi nel vuoto su lunghe palizzate.
Tutti rossi, decorati da uno dei simboli più celebri del nostro tempo: Coca-Cola.
L’ alternativa all’acqua potabile, non sempre facile da trovare. Un’alternativa che per 250 ml costa 200 scellini kenyoti [per chi non avesse letto il secondo capitolo della rubrica, “Nairobi e la colla”, ricordo che con 400 scellini -appena 4€- mi pagai una cena a sei o sette portate in un ristorante vicino al centro; ndr.]. Simile è la situazione nell’estremo entroterra kenyota. Là dove l’acqua è pressoché impossibile da reperire, se non viene importata, albergano chioschetti rossi che vendono Coca-Cola a pochi centesimi, prezzo comunque vantaggioso per la multinazionale, ma massacrante per le popolazioni locali [come dice Gino Strada “in quei posti un medico ci mette tre settimane ad arrivare…e c’è sempre la Coca-Cola?!”; G. Strada, 1999].Immagine

Sono sul matatu insieme ai miei compagni di viaggio, Mr. Bet e suo figlio Enok. Ci stanno accompagnando alla volta di Kericho, dove viene prodotto il celebre Kericho Gold, un the apprezzatissimo per il sapore intenso ed esotico.
Appena scesa dalla vettura mi avvolge un freschissimo profumo. L’aroma è ovunque.
Ma quello che più rapisce è l’interminabile distesa di campi di the. Verde, lucente, infinita.
Neanche a dirlo, la nazione europea che detiene il controllo dell’importazione di Kericho Gold è la Gran Bretagna, immediatamente seguita da Germania e Francia.
Mr. Bet ci indica i campi di proprietà della Lipton (inglese), e racconta di come in certi periodi dell’anno vengano spruzzate dall’alto enormi quantità di antiparassitari ed insetticidi, che vaporizzate cadono sui lavoratori, intenti a raccogliere le foglie.Immagine

Nella regione dei laghi, a Naivasha, 150 km a nord di Nairobi, la savana lascia il posto ad aree fertili e verdeggianti. È lì che di tanto in tanto spuntano vaste macchie colorate, che nei mesi “invernali” (i nostri Giugno, Luglio e Agosto) vengono ricoperte da enormi serre bianche.

Rose.
Una ventina d’anni fa, fu una multinazionale olandese, la Sher Agencies, a decidere di sfruttare per prima le condizioni ecologiche e ambientali favorevoli: i laghi fornivano acqua per irrigare le piante, il clima caldo riscaldava naturalmente le serre e la manodopera aveva un costo più che conveniente.
Ancora oggi, Sher Agencies detiene il monopolio del commercio floreale kenyota.
Lo stipendio medio di un operaio varia dai 3000 ai 3500 scellini al mese, circa 30€; vale a dire meno di un centesimo di Euro per ogni rosa raccolta [per approfondimenti, consiglio “Rose e lavoro. Dal Kenya all’Italia l’incredibile viaggio dei fiori”, di P. Raitano e C. Calvi].

Lavorare per un “bianco” non è più un fatto direttamente percepibile.
Se un tempo dirigenti e amministratori a stretto contatto con la manodopera africana erano occidentali, oggi molti ruoli gestionali sono affidati a personale originario del luogo.
Le posizioni di rilievo, le più alte nella piramide gerarchica dell’azienda, rimangono sempre e comunque appannaggio di europei e statunitensi, che -complici la tecnologia e la possibilità di gestire affari telematicamente- raramente hanno messo piede in Kenya.

Ma c’è musungu e musungu.
Tra gli anni ’80 e ’90, Nairobi (più in generale l’Africa) ha assistito ad un vero e proprio boom della solidarietà.
Nella baraccopoli come in campagna sono nati centri d’accoglienza per bambini, giovani madri, malati, perseguitati; sono state costruite scuole, case-famiglia, centri medici di pronto soccorso, tutti finanziati da ONLUS, ONG e associazioni volontaristiche da ogni parte del globo.
L’ immagine del musungu scaturita da questo fenomeno è estremamente variegata.
Ricordo ancora quando, un uggioso pomeriggio d’Agosto, ho parlato con Mr. Bet.
Oggi la sua scuola riceve donazioni da alcune ONG italiane, tra cui “Overseas” di Spilamberto (MO), che ha contribuito alla realizzazione di una biblioteca ed una sala comune.
In passato la Mosop ha avuto a che fare anche con associazioni statunitensi:

-Ci hanno contattati per avviare un progetto.
Avevamo bisogno di un pozzo, gliel’abbiamo detto e hanno acconsentito.
Quando hanno cominciato a costruire erano molto entusiasti, c’è stata una gran inaugurazione.
Poi i fondi sono finiti, e hanno detto “torneremo con altri soldi”. Ma non è mai successo, gli americani non hanno mai finito il pozzo. Li abbiamo contattati, e ci hanno risposto come se non volessero essere disturbati.-
Mr. Bet, intervista del 09/08/2013.Immagine

Come si evince dalle parole di Mr. Bet, può capitare che l’aiuto sia solo un’azione di facciata, una mossa buonista e filantropica, talvolta pubblicitaria.

Qual è dunque l’immagine che, per i kenyoti, meglio rappresenta il musungu?
Oltre i pregiudizi, basati sulle vicende post-coloniali, sullo sfruttamento da parte delle multinazionali e sull’ipocrisia di certi “volontari”, c’è la tendenza a vedere in ciascuno un ruolo diverso: non esiste un solo musungu, e i kenyoti lo sanno bene.

In virtù di questa varietà, il discorso sull’uomo bianco è lungo e complesso.
Il prossimo capitolo si aprirà con la presentazione di un musungu molto particolare, Padre Kizito, e del già citato Mr. Bet.

Veronica Botti

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