Bomet, “un Kenya”

Premessa.

Si dice esistano tre Kenya: il Kenya marittimo, il Kenya cittadino e quello di campagna. Finora ho raccontato del secondo, forse perché è stato “la mia prima Africa”, forse perché la città è il pool umano che preferisco. In questo capitolo vorrei fare una pausa e spostarmi di 150 km verso nord rispetto alla chiassosa Nairobi. Per la precisione, alla Mosop School di Chebole. Il tragitto dalla capitale a Bomet -la cittadina più importante vicino a Chebole- non è stato facile. Nessun deserto da attraversare, nessun fiume pieno di coccodrilli da guadare. Semplicemente, è stato difficile per me.
Sentivo Nairobi allontanarsi, e con lei tutti i punti di riferimento che fino a quel momento avevano contribuito alla costruzione della mia personalissima visione dell’Africa. Ma poi Bomet dov’era? Quanto era grande? Come può essere una località sperduta nella savana? Il bus sfrecciava nel nulla. Ogni tanto vedevo un gruppetto di bambini giocare con copertoni da bicicletta spingendoli con un bastoncino. Qualche venditore di chako oltre la carreggiata. Un asino che trainava un carro pieno di canne da zucchero. Una zebra.
Un cielo enorme, libero da pali della luce e cavi elettrici: lì il mondo non è così piccolo come vorrebbe far credere la nostra società.


Bomet

Il distretto di Bomet include alcune località, tra cui Chebole. Lì si trova la Mosop School di Mr. Bet. Ognuna delle frazioni di Bomet si sviluppa i lati della strada principale. Oltre alle abitazioni si possono trovare negozi di vario genere, di tanto in tanto una stazione di servizio per i viaggiatori (che in queste zone sono per lo più camionisti e commercianti ambulanti). Ciò che non manca in nessuna delle comunità è il mercato.
Mr. Bet diceva che da un mercato puoi capire la situazione economica di un paese: se i venditori sono tanti e propongono merce di qualità, significa che in quel luogo vivono persone in grado di acquistare, dunque con determinate esigenze [l’esempio più lampante è Kericho: fortemente incentivata dall’industria del the, ospitava un ricco e variegato mercato].
Alcuni commercianti espongono i prodotti su bancarelle o teli stesi a terra; alcuni vengono da lontano, e allestiscono i loro punti vendita sfruttando i furgoni con cui si spostano.
Un mercato può estendersi anche per diverse centinaia di metri quadrati, doppiando in lunghezza il centro urbano. Se osserviamo meglio l’intricato affollamento di ambulanti, osserviamo che all’interno di esso si trovano diverse aree, ognuna adibita alla vendita di determinati prodotti: quella dell’abbigliamento e dei tessuti, quella dell’oggettistica…

I banchi che forniscono alimentari sono solitamente all’ingresso del mercato o ai bordi della strada; c’è chi vende mandazi e samoza, chi taglia con un colpo secco canne da zucchero, chi arrostisce pannocchie su piccoli bracieri cubici. Mancano i sacchetti di frutta e verdura tanto diffusi nei quartieri popolari di Nairobi: in queste zone, coltivare ortaggi è difficile a causa della sovente scarsità d’acqua.
Il mercato del bestiame è isolato dalle altre aree, e non è scontato trovarlo in ogni località. Tra i centri abitati del distretto di Bomet (e anche al di fuori di questa circoscrizione) si è creata una sorta di equilibrio commerciale: sancire il controllo sugli scambi di animali di una determinata area significa rappresentare una tappa necessaria nella routine settimanale dei paesi limitrofi, dunque ricevere stimoli per l’economia locale e acquisire prestigio.
La vendita di alimentari e abbigliamento è un’attività solitamente femminile (anche se questa suddivisione non è così drastica), mentre la compravendita di bestiame è appannaggio esclusivo degli uomini: le donne sono interdette all’area in cui avvengono le trattative sull’acquisto degli animali, ma possono accamparsi ai margini di essa cucinando qualche piatto caldo per allevatori e clienti.

Questo del mercato è solo un aspetto della realtà rurale keniota. Benché profondamente diverse, campagna e città si collocano sullo stesso estremo livello di complessità.
Nel prossimo articolo metteremo in evidenza le tribù locali, facendo luce sull’affascinante e inflazionata figura del maasai.

di Veronica Botti

 

 

 

 

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3 comments

  1. SamsaraRoute · · Reply

    Grazie a Veronica e allo staff del blog per queste preziose testimonianze di prima mano.
    Non vediamo l’ora di leggere le prossime puntate!

    1. Grazie a voi per i Like e le condivisioni:)

      Siamo ansiosi di avviare quanto prima una collaborazione con voi, appena siete pronti fateci un fischio 😉

      Ps: pur mancando la firma deduco che il commento sia della rossella, giusto?

      Marcello Tomasina

  2. Che cosa sta Scendendo io sono io sono nuovo a questo, mi sono
    imbattuto in questo Ho trovato scoperto E ‘positivamente
    assolutamente utile e ha contribuito a aiutato me i carichi.

    spero a dare un contributo e Aiuto altri diversi utenti
    come il suo contribuito me. Grande lavoro. Maramures Grazie, buona giornata!

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